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Ad Memoriam

David Meghnagi

Sento la mancanza di Alberto quando giro per Trastevere. Quando organizzai nel 1989, un seminario per commemorare i 50 anni dalla morte di Freud, potei contare sull’aiuto di Baumann, senza nemmeno averglielo chiesto. Il seminario si tenne al Centro di Cultura “Pitigliani”. Lui era lì. “Eccomi! - mi disse - Io ci sono”. In quell’occasione coinvolsi un gruppo di musicisti allora profughi dall’Unione Sovietica, che suonarono per l’intero pomeriggio. Per tutto il tempo, si prodigò a raccogliere con discrezione dei contributi per questi giovani: “Non potevamo lasciarli andare via così”. I musicisti si stupirono, quasi si vergognavano. Erano venuti lì per farmi una cortesia. Sorridendo loro, Alberto disse: “Questo è un atto dovuto, sono io a chiedervi personalmente di accettare”.

Ci sono persone attente alla costruzione della loro immagine. Baumann non aveva nulla di tutto questo. Era un artista di qualità, ma non faceva nulla perché la sua immagine ne venisse amplificata. Era un bravo giornalista, ma non faceva nulla perché questo aspetto della sua persona risaltasse. C’era qualcosa in lui, e la cosa mi faceva un po’ rabbia, che lo portava a “sminuire” quel che faceva. C’era in lui qualcosa di atavico che tendeva a mettere sotto tono le cose che faceva come se tendenzialmente ci fosse qualcosa che facesse che in lui non ci fosse niente di aulico. Non che non desiderasse essere amato, stimato e apprezzato. Semplicemente lasciava che fossero gli altri a scoprire quanto ne avesse bisogno. Era il suo modo di essere e di presentarsi.

Delle opere che vengono esposte in questa mostra, trovandovi la loro giusta collocazione, vorrei citarne un paio, partendo da “Kol Nidrei” del 1989.

Non so quanto Alberto ne fosse a conoscenza, ma la preghiera di Yom Kippur – Kol Nidrei appunto - inizia autorizzando a pregare con i peccatori. La decisione, recita il testo della preghiera in aramaico, è presa nell’Assemblea celeste e in quella terrena. Vedendo l’opera, sembra quasi di trovarsi di fronte a due assemblee che dall’alto e dal basso, sospendono il giudizio. Guardate l’opera: il bianco, che è simbolo della purezza, si dirige verso l’alto. Sembra quasi di ascoltare le parole del cantore: Bishiva shel Ma’la. Bishiva Shel Matta….

Forse Alberto non conosceva i risvolti teologici di questa grande invocazione. Peccato non avergli posto la domanda quando era in vita. Questo bianco che si rivolge verso l’alto per stabilire che nel tribunale Celeste sia sospesa l’interdizione contro i peccatori, perché a dominare in quel santo giorno sarà la Misericordia, ha un che di commovente.

L’altra opera sui cui mi vorrei soffermare è stata dipinta nel 2000. Ha come titolo: “Vorrei morire con un Sorriso per incontrare quello di mia Madre”. E’ un quadro importante. Vedendolo bene si ha la sensazione che vi sia contenuta la lettera “B” dell’alfabeto ebraico. La “B” è la lettera con cui inizia la Bibbia: “Bereshit Barà Elohim Et Hashamaim veet Haaretz” (In principio Dio creò il Cielo e la Terra). La lettera B guarda al futuro, come a dire: “Noi non dobbiamo diventare prigionieri di quel che è stato. Dobbiamo aprire un varco per rendere possibile il futuro”. Prigionieri della speranza, Alberto lo era profondamente, dobbiamo fare in modo di non essere schiacciati dal nostro passato. Per questo abbiamo bisogno di un sorriso e quello più importante, che dà forza al bambino nei suoi primi passi e all’adulto di fronte alla fine.

E’ il ricordo di quel grande sorriso che ha riempito di poesia la vita, rinnovandosi in ogni nuovo incontro.

David Meghnagi

2017 - Roma